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Spazio Trasparente

Lassł sulle montagne

28-04-2008 - Monica
Umanistica - Momenti



Tra monti, boschi, vallate e leggende la nostra avventura tra la natura. La mattina era cominciata male: un piccolo capriolo riverso sull’asfalto, lo sguardo fisso e spento, all’angolo di una stradina di montagna. Un’auto a grande velocità doveva averlo investito in pieno. Solo il giorno prima ne avevamo visti diversi correre sulle praterie e sui monti! Non potendo più fare nulla per quella povera creatura, abbiamo girato l’auto alla volta di nuovi sentieri, senza sapere e programmare dove l’istinto ci avrebbe portato. Dapprima, un po’ incerti, cominciamo a chiedere informazioni ai passanti gentilissimi e sorridenti dei paesini di montagna… Oddio! Una meta l’avevamo, ma non sapevamo che non l’avremmo mai raggiunta, per qualcosa di molto meglio. Poi, col nostro solito spirito d’avventura maldestra, cominciamo ad arrampicarci su ripidi sentieri di montagna dimenticati anche da Dio, verso un qualsiasi passo valicabile che possa portarci al di là, il più in alto possibile. Ma non sapevamo di aver imboccato, una dopo l’altra, delle vallate chiuse. La prima sorpresa della giornata l’abbiamo una volta giunti ad una chiesa spoglia e malconcia, che nessuno si sarebbe mai sognato di restaurare, né di ripulire (guardando poi sul web scopriamo che invece custodiva tesori d’arte romanica e alcuni affreschi).

 


 

In realtà non sapevamo di essere molto vicini al posto che volevamo raggiungere, ma bisogni più impellenti ci avevano comunque costretti a fermarci. Qui incontriamo una piccola famigliola con padre, madre e figlioletta e una “perpetua” che sta parlando saggiamente ad un ragazzo dall’aria sgangherata. È tutta mattina che giriamo per sentieri e beviamo dalle varie fonti e fontane di montagna che incrociano il nostro cammino (acqua buonissima e fresca) ed ora urge un bagno!!! Chiediamo ai simpatici signori incontrati, i quali ci dicono che a pochi metri da lì c’è la canonica di Padre Mario, un vecchio frate francescano, solitario, molto ospitale, che sicuramente ci potrà accogliere e aiutare.

Ci accompagnano in quella che non avremmo mai sospettato potesse essere una canonica, ma non solo… Ci accolgono tre ragazzi che la vita ha segnato profondamente. Lo si intuisce osservando il viso e le dita delle mani. Scopriamo, infatti, di essere in una specie di casa d’accoglienza, modesta, spartana, sgarruppata… Ci indicano il bagno e poi ci offrono il caffè. Noi gli regaliamo la nostra bottiglia di Coca Cola. Chissà da quanto tempo non ne vedevano una!!! Rimaniamo un po’ a parlare con loro e il frate, quest’ultimo di poche parole, per altro. Parliamo sulla terrazza, da dove si gode una splendida vista delle montagne e, sotto, del pollaio con un magnifico gallo che mantiene l’ordine e la tranquillità nella piccola comunità delle sue galline. C’è anche un piccolo orticello con piantine e fiori e un bel micione nero che cammina sul recinto, osservando le galline.

 



Tra la curiosità, nei nostri confronti, dei ragazzi ospitati e le mezze parole del frate apprendiamo che sotto i nostri piedi, nei semi sotterranei di questa costruzione, c’è una ricca biblioteca creata dal frate e gestita dai ragazzi, con più di 5.000 libri, composta anche da  preziosi testi antichi e libri vecchi e nuovi. Chiediamo di poterla visitare. Il più alto dei ragazzi, il responsabile di tanto patrimonio, ma come dice lui “costretto a stare lì”, ci accompagna giù, tra stanze, camerine e corridoi che pare d’esser in un labirinto. Che stupore vedere una tale meraviglia che nessuno o pochi ne conosce l’esistenza. Tante stanze ricolme di libri di tutti i generi, ordinati e catalogati. Avremmo anche potuto noleggiare dei libri, se avessimo voluto, ci dicono. E forse ci speravano anche, così saremmo dovuti tornare per riportarli e loro avrebbero di nuovo avuto compagnia e magari un’altra bottiglia di Coca Cola… Apprendiamo, tra le altre cose, che sono ben accette donazioni di libri anche usati, per arricchire la già bellissima e pittoresca biblioteca. Ci ripromettiamo di tornare per passare una giornata di lettura tra i prati e per portare i nostri libri dimenticati in cantina o su uno scaffale, come contributo e ringraziamento a questa piccola comunità che tanto gentilmente ci ha accolti e coccolati. Ringraziamo e salutiamo, poi riprendiamo il nostro viaggio.

 

Ci dirigiamo verso un’altra vallata. Sulle cime più alte c’è ancora tanta neve. Ne è scesa più del solito, quest’anno. Tutti i passi più conosciuti e frequentati in estate sono ancora chiusi a causa della neve, ma noi non demordiamo e cocciuti come muli e caparbi come pochi tentiamo ancora! Attraversiamo boschi verdi e fitti, prati fioriti e colorati di Crocus bianchi e viola e fiorellini gialli e blu, terre di caprioli, marmotte ed altri piccoli abitanti del posto, torrenti e cascatelle e paesini dall’aria abbandonata e diroccata, vette scure o innevate stagliate contro un cielo blu e un sole raggiante. Poi veniamo fermati dalla neve e dal ghiaccio… non siamo attrezzati per questo, e così, a malincuore, ritorniamo sui nostri passi.
 

 

A solo 4 o 5 chilometri sarebbe finita la strada asfaltata e sarebbe cominciata quella che viene chiamata strada militare, composta da massi e rocce tondeggianti, percorribile solo con un fuoristrada o da mezzi militari (ecco il perché del nome). Questo è quanto ci viene detto dalla gente del posto. Comunque, si è fatta praticamente ora di pranzo e la montagna stimola gli appetiti. Ci affidiamo come sempre al nostro istinto e alla fortuna. E qui abbiamo la seconda sorpresa! Approdiamo alla Locanda della Strega Farfalla. Il nome, neanche a dirlo, ci ispirava tantissimo.

 

 

I proprietari sono gioiosi e cortesi, la vista sui monti è magnifica, il cibo genuino è squisito (tutte le verdure sono del loro orto e le conserve e i liquori, così come i dolci, sono fatti da loro). Cosa potevamo chiedere di meglio? Solo scoprire che sono persone ricche interiormente e decisamente interessanti! Presso di loro alloggiano 2 ragazzi simpatici e molto ginnici… li vediamo provare, sulla terrazza dove assaporiamo il nostro pasto, movenze e passi di danza e mosse ardite di arti marziali. Non so come, ma ci ritroviamo a parlare tutti insieme di elfi, fate, gnomi, folletti e troll.

 

 

Ci viene anche raccontata la leggenda del posto: “Si narra che una donna che viveva sull’alpe un giorno decise di andare a trovare i suoi figli, emigrati, come tanti all’epoca, in Francia. Era settembre e una tormenta improvvisa in quota la sorprese e morì. Si dice però che si trasformò in una farfalla e riuscì ugualmente ad andare a trovare i suoi figli. Inoltre la strega buona ogni anno torna alla sua casa.” Ci viene anche detto che ogni vallata ha la sua leggenda che narra di una donna, un’immigrazione in Francia o comunque oltralpe e una disgrazia. Un luogo ricco di cultura, folklore e leggende. Parlando, parlando, scopriamo di essere nelle Terre d’Occitania. La lingua occitana è una vera e propria lingua riconosciuta e studiata anche a scuola. “A-questes roches patanues a questes peires savata da l’auro e da la seio eseroun na resounanso perduo, i pas, le vous, di nosti emigrant, omes, fremes, meinas que anaven en Franso a cercar a-quel travai, a-quel pan que a lour la tero nativo donavo ren”. Traduzione: ”Queste rocce ignude, queste pietre percosse dal vento e dalla tormenta rinserrano un eco perduta. I passi, le voci dei nostri emigranti, uomini, donne, bambini che si recavano in Francia a cercare quel lavoro quel pane che ad essi la terra nativa non dava.” Le persone sono molto orgogliose delle loro tradizioni e della loro cultura, qui. Poi, ad un certo punto sentiamo una specie di lamento o comunque un verso d’animale… cerchiamo di capire da dove proviene e di che animale si tratta. Vediamo poco dopo che appartiene ad una micetta di nome Olivia. La proprietaria ci dice che è una dei 4 gatti da lei adottati, la più affettuosa. 

 
 

Due sono in città con la famiglia e due lì con lei tra i monti. È una bella micetta bianca con macchie beige e la vocina un po’ rauca. Si lamenta perché nessuno si occupa di lei… si sa, i gatti sono un po’ birichini e vogliono tutte le attenzioni centrate su di loro. Si lamentava tanto perché erano arrivati due cani, uno piccolo e pezzato e l’altra un pastore tedesco, che si prendevano tutte le coccole. Si vedeva che erano molto amici: dove c’era uno c’era anche l’altra e stavano vicini, condividevano tutto e comunicavano in un linguaggio dolce e amorevole, tutto loro. La micia reclamava la sua giusta dose di attenzioni, che ottenne. Sazi e felici per gli inaspettati incontri e per la bella chiacchierata con persone così gioviali, riprendiamo il nostro viaggio.

 

 

Ci spostiamo in un’altra vallata per andare a vedere delle cascate indicate nella segnaletica: meta che non raggiungeremo mai, perché durante il tragitto ci viene detto che sono in secca a causa della neve che non si è ancora sciolta… dovremo aspettare l’estate per vederle! Delusi, proviamo un’altra salita che dovrebbe condurci ad un pianoro alto con ancora la neve e dal quale si gode una vista fantastica. Anche questo non lo raggiungeremo mai a causa di una stradina assai dissestata, soggetta a frane e sterrata. Chiediamo informazioni a due ragazzi motociclisti, ma ci fermiamo prima, intimoriti all’idea di un masso sulla testa…

 

 

ed in effetti mentre siamo lì fermi a goderci il bel panorama, visto che siamo comunque abbastanza in alto, cade un sasso sulle nostre teste, sfiorandoci e finendo nel vuoto della vallata sotto di noi!!! Ci accontentiamo dell’avventura e decidiamo di scendere. 

 

 

 

 

 

Mentre ritorniamo giù nella vallata, ci prende una botta di stanchezza e ci fermiamo accanto ad un prato con una fonte, per riposare un po’. Dormiamo quasi un’ora. Con la pelle bianchissima che mi ritrovo la scottina è assicurata! Mea culpa se non ho portato una protezione solare! Infatti, al risveglio, sembro un pomodoro maturo! Ad ogni risata mi tira tutta la pelle della faccia che sembra quasi voglia strapparsi. Che male! Prendo la prima crema che trovo in borsa e me ne dò una generosa quantità che viene assorbita prontamente dalla pelle arrostita. Ma imperterriti e senza paura (noi credevamo…) decidiamo di continuare. 

 

 

La giornata non è ancora terminata. Scendiamo più a valle per fare merenda e troviamo un delizioso punto ristoro che battezziamo Caffè Barale, come scritto sui tovagliolini, ma che non sappiamo come si chiama. Hanno piccoli menù scritti a mano, su deliziosi quadernini di carta grezza. È molto accogliente e le persone sono gentili… sarà una caratteristica delle persone di montagna? Comunque, prendiamo un tè e alcuni snack. Chiediamo alcune informazioni e poi ripartiamo per quello che sarà il sentiero più spaventoso, cupo e pericoloso che abbiamo mai fatto.

 

 

Anche qui troviamo un forte pericolo di frane, infiltrazioni d’acqua nella roccia che si riversa sulla strada e bagna abbondantemente le pareti rocciose e ripide. Davanti ai nostri occhi una montagna severa, austera, aggressiva e un sentiero ripido, angusto, dall’aria molto trascurata. Non c’è molto passaggio, ma quel poco ci spaventa, specialmente nel senso opposto di marcia, visto lo spazio ristretto e il precipizio sottostante. Questa strada mette a dura prova i nostri nervi e il nostro sangue freddo, nonché la nostra solita calma.

 

Non ci rassicura certo il piccolo santuario scolpito nella roccia, dedicato alla Madonna protettrice dei viandanti, visto che subito dopo vediamo dei fiori e una foto con dedica che ricorda un incidente mortale avvenuto qui!

 

 

Il burrone alla nostra sinistra ci accompagna per tutto il percorso. Attraversiamo alcune piccole gallerie molto, molto buie, anche se brevi. Stiamo salendo veramente in alto e tra un tuffo al cuore e l’altro, causati dal tremendo percorso ma anche dai paesaggi stupendi che ci si presentano e la natura che si apre intorno a noi al di là del limite dei nostri occhi, il panorama è indimenticabile e la strizza anche. Poco prima di raggiungere il passo in cima, a soli 10-20 minuti, sorella neve e fratello ghiaccio frenano ancora una volta i nostri entusiasmi e spengono ogni speranza di poter andare oltre. C’eravamo illusi vedendo scendere dopo di noi uno spazzaneve.

 

Scendiamo dall’auto e camminiamo un poco sulla neve bianca, immacolata e fresca. Un’aria frizzante di montagna, ma non fredda, ci riempie i polmoni. Respiriamo benissimo, ma l’aria rarefatta rende di poco instabile il nostro equilibrio. Rassegnati siamo costretti a scendere di nuovo.

 


 
 



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